Il sistema agricolo convenzionale si ostina a non voler cambiare

Il sistema agricolo convenzionale si ostina a non voler cambiare

Riconoscere l’importanza di sistemi differenziati rappresenta invece una ricchezza per la biodiversità e una produzione più sostenibile

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 253 – Novembre 2022

Dal 18 al 24 settembre si è tenuta a Nuova Delhi (India) la nona riunione dell’Organo di governo del Trattato Fao sulle Risorse genetiche vegetali (Rgv) per l’agricoltura e l’alimentazione (planttreaty.org). Circa 300 persone di tutto il mondo, provenienti dai 149 Paesi firmatari, si sono ritrovate per discutere su come continuare a mantenere un sistema multilaterale facilitato di accesso alla biodiversità agricola e, allo stesso tempo, costruire un insieme di politiche pubbliche in grado di promuovere la conservazione e l’uso sostenibile delle Rgv, e tutelare i diritti degli agricoltori. 

Si tratta di un percorso iniziato negli anni Novanta, entrato in vigore nel 2001 con l’approvazione del Trattato. I temi in discussione sono al centro dei sistemi agricoli del futuro: come gestire l’accesso alle risorse conservate nella banche (avere diversità è la base per poter fare dei programmi di miglioramento genetico), come coniugare i diritti di proprietà intellettuale con quelli degli agricoltori e costruire un sistema equo di ripartizione dei benefici legati all’uso delle Rgv, come diversificare l’agricoltura con politiche e strumenti innovativi che vanno dal miglioramento genetico partecipativo alle case delle sementi. 

Diversità e diritti potrebbero essere le due parole chiave che rappresentano il motivo dell’esistenza di questo trattato internazionale. Ma non è facile trovare un accordo tra regioni e Paesi diversi, tra il settore privato delle ditte sementiere e quello della società civile. Gli ultimi 60 anni di politiche agricole e la progressiva privatizzazione della ricerca e della produzione sementiera hanno creato un baratro tra mondi diversi che non è facile colmare. 

I campioni di sementi conservati nelle banche pubbliche e disponibili attraverso il Trattato Fao sono 1.103.814

Da un lato del fossato abbiamo i cosiddetti Paesi sviluppati, i cui governi si preoccupano solo di garantire l’accesso facilitato alle Rgv per la ricerca, dall’altro ci sono quelli del Sud globale, interessati a vedere riconosciuti (anche in termini monetari) i contributi degli agricoltori alla conservazione dell’agrobiodiversità e ansiosi di ottenere politiche e linee guida coerenti con le loro pratiche di uso sostenibile delle Rgv, attuate in campo con gli agricoltori. Questa differenza si è sentita durante il negoziato che si è svolto in India: le risoluzioni finali su diritti degli agricoltori e uso sostenibile delle Rgv, ad esempio, sono state partorite dopo lunghi negoziati notturni. Durante la riunione era percepibile la paura del settore sementiero privato che, ideologicamente, non accettava di essere messo sotto accusa come una delle cause della perdita di biodiversità in opposizione ai piccoli agricoltori, custodi invece di questo patrimonio. Come se affermare l’importanza dei modelli agricoli diversificati, e tutto l’incredibile numero di esperienze, saperi e pratiche in cui si declinano, fosse un attacco al nostro modello occidentale di società. 

Una simile polarizzazione denuncia la difficoltà del sistema agricolo dominante di cambiare o innovarsi anche se sarebbe quanto mai importante farlo, per riuscire, tra le altre cose, a fronteggiare i cambiamenti climatici. Allo stesso tempo, però, questa paura testimonia che quanto si muove al di fuori del paradigma dell’agricoltura industriale comincia ad avere un certo peso e, forse, la reale capacità di cambiare il mondo.  Purtroppo niente dell’interessante dibattito avvenuto nella settimana è arrivato ai cittadini italiani, nessun organo di stampa ha citato la riunione anche se era in discussione il futuro dell’agricoltura. 

credits ALTRECONOMIA

https://altreconomia.it

Perché la “sovranità alimentare” non c’entra nulla con sovranismo e retorica “Made in Italy”

Perché la “sovranità alimentare” non c’entra nulla con sovranismo e retorica “Made in Italy”

Il cambio di nome del ministero della Politiche agricole segna l’inizio di un nuovo percorso per i movimenti che hanno pensato e si sono battuti per la “sovranità alimentare”: idee e pratiche alternative al modello liberista, nate dal confronto tra mondi diversi e basate su una forte rivendicazione di diritti. Per un’altra agricoltura.

di Riccardo Bocci – Altreconomia, Terra e Cibo / Opinioni – 24 ottobre 2022

Era il 1996 e a Roma presso la Fao si teneva il World Food Summit. In contemporanea al forum istituzionale, la società civile aveva organizzato un incontro alternativo presso la stazione Ostiense: centinaia di persone provenienti da Paesi diversi, con la leadership culturale di Via Campesina (rete mondiale dei piccoli agricoltori), per discutere di alternative al pensiero economico liberista.

È in questo humus culturale che nasce il termine “sovranità alimentare”, come risposta ai dogmi economici imperanti e con l’ambizione di lanciare un messaggio che possa tenere uniti Paesi e regioni del mondo, ma anche attori e classi sociali differenti. L’idea era semplice ma forse un po’ folle rispetto a quei tempi: lo sviluppo economico e agricolo, in molti Paesi coincidenti, non si può ottenere semplicemente con la liberalizzazione dei mercati e l’abbattimento della barriere tariffarie. Da qui la scelta del temine sovranità, per restituire dignità a politiche pubbliche e soggetti in carne e ossa, in procinto di essere spazzati via dall’asettica e presunta neutrale controrivoluzione neoliberista.

Non si trattava di una scelta di autarchia né nazionalista proprio perché nasceva dal confronto tra persone e mondi molto diversi e provenienti dai quattro continenti. Piuttosto era il tentativo di rilanciare una nuova politica, internazionale nel linguaggio e nelle reti di relazioni, ma locale nell’azione e nella concretezza delle pratiche. Si trattava di far passare il concetto che parlare di agricoltura è un tema complesso in cui storia, economia, ambiente, cultura, sistemi sociali e religione si mescolano tra loro per definire quelli che chiamiamo sistemi produttivi.
Per questo motivo, non ha senso lasciare le forze del mercato senza controllo e affidare l’economia-mondo alla legge dei vantaggi comparati di Ricardo, in base alla quale territori e regioni si devono specializzare su quelle colture dove riescono a competere meglio rispetto ad altre in questa ipotetica e ideologica competizione planetaria che mette sulla stessa linea di partenza il farmer statunitense e il contadino senegalese.

Come avevamo cercato di raccontare nel 2006 nel numero monografico “Agri-cultura Terra Lavoro Ecosistemi”, della rivista Ecologia Politica, si tratta di una battaglia impari. Sarebbe come mettere a competere per la gara dei 100 metri un velocista americano e un fondista etiope, non c’è storia. Il primo vincerebbe senza problemi ma lo stesso non si può dire se dovessero correre la 50 chilometri. In questo caso avrebbe meglio l’etiope. Il concetto di sovranità alimentare serviva per dire che Paesi e regioni avrebbero dovuto sviluppare delle politiche pubbliche (così come già facevano Unione europea con la Politica agricola comune, Pac, e gli Stati Uniti con il Farm Bill) per sostenere i proprio modelli produttivi, e immaginare e costruire le proprie traiettorie di sviluppo.

Inoltre, la sovranità alimentare si appoggiava su una forte rivendicazione di richiesta di diritti per quei soggetti sociali dimenticati e sfruttati dal progresso occidentale. Si saldavano in questo modo le richieste degli indios amazzonici, con quelle dei campesinos brasiliani o filippini, che, chiedendo un riconoscimento politico del loro mondo, contestavano l’appropriazione indebita di risorse naturali e agrobiodiversità da parte del sistema occidentale sempre più interessato a diffondere il proprio modello di tutela della proprietà intellettuale (brevetti e simili).

Purtroppo dal 1996 la sovranità alimentare non è riuscita a far breccia all’interno della cultura politica della sinistra, sempre più abbagliata dall’ideologia neoliberista. Nessun governo di centrosinistra ha assunto questo tema nella propria agenda politica, continuando a considerare il supposto libero mercato come unico orizzonte politico. Così, mentre una parte della società civile ha continuato a lavorare globalmente e localmente per tessere i fili di questa rete il cui orizzonte era ed è un altro modello di sviluppo (o meglio la possibilità di avere altri e pluralistici modelli di sviluppo), la politica si è resa impermeabile alla contaminazione con quanto succedeva fuori dai suoi palazzi. L’agricoltura è finita sempre più nelle mani della finanza e le catene di approvvigionamento di cibo e mezzi di produzione si sono allungate e concentrate in poche imprese multinazionali.

Oggi il cambiamento di nome del ministero della Politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf), con l’inserimento della sovranità alimentare, segna l’inizio di un nuovo percorso per la società civile che aveva coniato il termine. Infatti, è necessario ridare un senso alla parola sovranità per sottrarla agli equivoci del sovranismo o dell’autarchia e liberarsi, allo stesso tempo, dall’altra ideologia imperante nel settore agricolo, quella che riempie i discorsi con aggettivi come “eccellenze”, “tipicità”, “qualità” all’interno della retorica del Made in Italy.

Non si può impostare la nostra politica agricola sulla difesa del Parmigiano reggiano o del prosciutto di Parma, aggredendo i presunti contraffattori e negoziando accordi di vendita di questi prodotti in Cina. Il nostro tessuto agricolo e con esso il nostro paesaggio ci raccontano di una storia diversa, di un prodotto agricolo che si fa cibo diverso nei diversi territori, che plasma la nostra cultura e si fa plasmare da essa. In un gioco continuo di rimandi e relazioni tra soggetto (noi che mangiamo) e oggetto (il cibo). Non è l’eccellenza la chiave per capire la nostra agricoltura, ma l’arte della località. La capacità, cioè, dei sistemi locali (ambiente, società e piante/animali) di produrre e riprodurre nel tempo un cibo in grado di essere alimento e identità, simbolo dentro cui vedersi e riconoscersi. Ogni sistema, un insieme di tecniche e prodotti diversi.

Nel 2002 a Firenze, in occasione del Social Forum mondiale, un intero padiglione era stato dedicato alla sovranità alimentare, e i trattori di Via Campesina avevano aperto la manifestazione, plurale e pacifica, che aveva sfilato per le strade della città. Era chiaro per tutti che un’altra agricoltura e altre politiche agricole dovevano essere centrali per impostare dei diversi modelli di società. A novembre di quest’anno, a distanza di 20 anni, i movimenti si sono dati appuntamento di nuovo a Firenze per capire dove sta andando il mondo e quale sia oggi il senso dello slogan di allora “un altro mondo è possibile”. Tra i vari fattori cambiati in questi anni, i cambiamenti climatici ci ricordano che non si dovrebbe parlare più di possibilità ma di un obbligo di cambiamento di rotta. Uno dei temi in discussione nella riunione fiorentina dovrà essere proprio la nuova agenda della sovranità alimentare, dopo la sua apparizione improvvisa al grande pubblico di questi giorni.

credits ALTRECONOMIA

https://altreconomia.it

Campagna di semina autunnale 2022-2023

Campagna di semina autunnale 2022-2023

Case delle sementi

La Campagna di semina autunnale sarà aperta dal 27 ottobre al 12 novembre 2022.

Carissime/i,

vi inviamo la documentazione per la partecipazione alla Campagna di semina per l’annata agraria 2022-2023, sperando di fare cosa gradita. Nel caso abbiate ricevuto più di una volta questa comunicazione ce ne vogliate scusare; nel caso non vogliate riceverne in futuro vi preghiamo di segnalarcelo.

Il catalogo di varietà e popolazioni che quest’anno mettiamo a disposizione è frutto del lavoro della Casa delle Sementi di Rete Semi Rurali che dall’aprile 2019 ha trovato sua collocazione nella nuova sede di Rete Semi Rurali a Scandicci.

Torniamo a sottolineare che la Campagna di semina “Coltiviamo la diversità!” è un percorso di crescita di conoscenze e competenze collettivo ed orizzontale, non secondario rispetto alla crescita di disponibilità di semente sul territorio.

È indispensabile la divisione dei compiti e l’assunzione di responsabilità da parte degli agricoltori e degli appassionati che vorranno mettersi in gioco.

Crediamo, infine, di grande importanza supportare, almeno in parte, questa attività con l’autofinanziamento.

Per partecipare alla Campagna di semina si chiede di essere o diventare “sostenitori RSR”.

Si intenderanno valide per l’annualità 2023 le nuove adesioni.

Sono disponibili le varietà e le popolazioni inserite nel catalogo allegato nelle quantità di 100 grammi per ogni varietà, 1000 grammi per ogni popolazione.

Per la richiesta inviate una email all’indirizzo info@semirurali.net con indicati:

  • le varietà o popolazioni richieste nell’ordine di preferenza: visto che il materiale non è molto daremo priorità alle varietà o popolazioni prima citate;
  • indirizzo postale completo dove sarà recapitata la spedizione del materiale;
  • numero di telefono della persona da contattare per eventuali chiarimenti.

Riceverete insieme alla semente il modulo della Privacy e il documento ATM “Accordo semplificato di Trasferimento dei Materiali vegetali per uso diretto”. Il documento ATM deve essere completato anche con i dati della località di coltivazione. Una copia firmata e sottoscritta in originale di entrambi i documenti (ATM e modulo della privacy) deve essere spedita a:

Rete Semi Rurali – Piazza Brunelleschi 8 – 50018 Scandicci (FI)

Scarica file: Campagna di semina autunnale 2022-2023 ATM

La Rete Semi Rurali propone un semplice protocollo per il funzionamento del sistema di scambio e riproduzione.

Chi partecipa alla Campagna di semina “Coltiviamo la diversità!” si impegna a:

  • mantenere, nel limite del possibile, le varietà e/o le popolazioni che ha ricevuto – proteggerle dalla carie e da ogni contaminazione;
  • informare in modo puntuale e preciso circa risultati e informazioni raccolte e la destinazione e l’uso del prodotto raccolto (tramite l’uso del quaderno di campagna RSR);
  • restituire alla fine dell’annata agraria alla Rete Semi Rurali un quantitativo di semente doppia rispetto a quella ricevuta;
  • nel caso l’uso non si esaurisca in un ciclo colturale, si impegna a darne comunicazione per gli eventuali cicli colturali successivi;
  • dichiara di non assumere alcun diritto sul prodotto di tali risorse genetiche;
  • esclude qualsiasi impiego volto alla creazione di organismi geneticamente modificati.

Per informazioni: info@semirurali.net

tel: Riccardo Franciolini 3481904609

VUOI SAPERE PERCHE’ SOSTENERE RETE SEMI RURALI?

Perché così sostieni la diversità di sistemi e prodotti agricoli e promuovi la ricerca partecipata e decentralizzata a supporto di sistemi sementieri locali vocati alla sovranità alimentare e resilienti ai cambiamenti climatici

ANCHE TU PUOI DARE IL TUO PICCOLO GRANDE CONTRIBUTO

in questo modo dai autonomia e continuità alle attività di Rete Semi Rurali per affermare il valore della diversità agricola e culturale in una società dove agricoltura e alimentazione sono sempre più uniformi e standardizzate.

Fai una donazione a Rete Semi Rurali tramite:

Bonifico bancario tramite Banca Etica intestato a: RETE SEMI RURALI

IBAN: IT 14 N 0501 8028 0000 0016 7854 95

oppure

PayPal al seguente link: https://paypal.me/ReteSemiRurali?locale.x=it_IT

CATALOGO CAMPAGNA DI SEMINA AUTUNNALE 2022-2023 scarica file: CATALOGO
CASA DELLE SEMENTI DI RETE SEMI RURALI scarica file: QUADERNO DI CAMPAGNA
SPECIENOMETIPOCOSTITUZIONELuogo d’origineDESCRIZIONE
SpeltaMiscela varietà locali speltaMiscela di varietà locali  Francia Spighe grandi di tutte le tipologie
FarroFarro nero spiga doppiaPopolazione locale ToscanaSelezione di spighe nere e blu
Frumento teneroAndrioloPopolazione localeSelezione dalla popolazione locale Bianco nostraleToscanaSpiga aristata, medio-precoce, coltivata, nel Pistoiese, in montagna, molto rustica, poco soggetta, all’allettamento, alla stretta e alle ruggini (E. De Cillis, 1927)
Frumento teneroAutonomiaVecchia varietàAnno di costituzione 1938. Incrocio di Marco Michahelles tra Mentana e Frassineto 405ItaliaSpiga mutica, bianco-paglierino, di forma medio-allungata, razza rustica, precoce, molto resistente ai freddi, alla stretta e alla ruggine, ne esistono due tipi: Autonomia A di taglia alta e adatta a terreni di collina, Autonomia B, con paglia più corta di circa 15-20 cm rispetto alla precedente, adatto a terreni di pianura (Forlani, 1954)
Frumento teneroBianco nostralePopolazione locale ToscanaGrano di montagna, considerata di scarsa importanza, coltivata in prov. di Arezzo (E. De Cillis, 1927)
Frumento teneroCarlotta StrampelliVecchia varietàSelezionata da Strampelli nel 1905 attraverso l’incrocio Rieti x MassyItaliaAristata, autunnale, tardiva, coltivata in Italia settentrionale e centrale, in pianura, particolarmente nei fondi valle, mediamente resistente all’allettamento, poco alla stretta, molto alle ruggini (De Cillis, 1927)
Frumento teneroConte MarzottoVecchia varietàIncrocio di Marco Michahelles e iscritto nel 1959 al Registro nazionale varietale dal quale è stato cancellato alla fine degli anni 70ItaliaSpiga mutica, ottima qualità della farina, buona coltivabilità e resistenza
Frumento teneroFrassinetoVecchia varietàAnno di costituzione 1924. Selezione genealogica di Michahelles dal GentilrossoItaliaCulmi più corti del Gentilrosso comune, eretti e robusti, accestimento elevato, spiga mutica, di colore paglierino bianchiccio, di forma accorciata e leggermente quadrata (Michahelles, 1932) 
Frumento teneroGentil biancoPopolazione localeToscanaMutica, autunnale, medio-precoce, coltivata in Toscana, seminata tardiva in collina, mediamente resistente all’allettamento, alla stretta e alle ruggini (E. De Cillis, 1927)
Frumento teneroGentil rosso aristatoPopolazione localeSelezione dalla popolazione locale GentilbiancoCentro ItaliaAristato, autunnale, medio-precoce, coltivata in Italia settentrionale e centrale, anche in Campania, seminata (anche in primavera) in pianura, mediamente resistente all’allettamento, sufficientemente alla stretta e poco al freddo (E. De Cillis, 1927). Sinonimi: Gentil rosso originario, Gentil rosso comune, Gentil rosso di Toscana, Garagolla, Carosella, Siciliano, Tosella rossa, Grano mutico, Muco
Frumento teneroPrecoce PiemontePiemontePiante alte, spiga mutica, chiara e grande
Frumento duroBidìPopolazione localeSiciliaPiante alte, spighe grandi, di colore chiaro, reste scure 
Frumento duroDuri spagnoli floriddiaMiscela di varietà locali SpagnaMiscela di 7 varietà locali spagnole: Negro Velloso, Clarofino, Cañivano, Forment, Recion, Trigo de Sevilla, Trigo duro de Granada
Frumento duroTimiliaPopolazione localeSiciliaPrimaverile, coltivata in Sicilia, anche in Puglia e intorno allo Jonio, in pianura e in collina, meno in montagna, poco soggetta all’allettamento, abbastanza alla stretta, mediamente alle ruggini, può essere seminata anche in autunno (E. De Cillis, 1927)
Frumento turanicoEtruscoToscanaPiante alte, spighe chiare con reste scure
Frumento turanicoPerciasacchiPopolazione localeSiciliaPiante alte, spighe grandi, di colore chiaro anche le reste 
Frumento turanicoSaragolla lucanaPopolazione localeSud ItaliaPiante alte, spighe grandi, di colore chiaro anche le reste
Il cambiamento epocale nei consumi del biologico

Il cambiamento epocale nei consumi del biologico

La guerra e la crisi economica fanno calare gli acquisti e i negozi specializzati faticano mentre la Gdo regge. Cresce clamorosamente l’hard discount

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 252 – Ottobre 2022

Dall’8 all’11 settembre si è tenuto a Bologna il Salone internazionale del biologico e del naturale (Sana). Se ormai una serie di padiglioni sono dominati dalla cosmetica bio (in costante ascesa), va sottolineato il ruolo crescente della sezione “Sanatech”. L’obiettivo è di caratterizzare la fiera anche come un momento nazionale di scambio su tecniche e pratiche tra operatori. È importante ricordarsi che non esiste un evento simile e di come, al contrario, sarebbe necessario per diffondere saperi e innovazioni.

Camminando tra gli stand, però, si respirava un’aria pesante: come se una tempesta perfetta avesse colpito il settore. Se, infatti, la crisi dovuta al Covid-19 ha avuto ripercussioni positive con un incremento delle vendite dei prodotti biologici, la guerra in corso, combinando aumento dell’inflazione e dei costi di produzione, sta avendo l’effetto opposto. E questo pessimismo diffuso è stato confermato dall’andamento dei numeri del settore, presentati a Sana. Il centro studi Nomisma e il Sistema di informazione nazionale sull’agricoltura biologica (Sinab) hanno raccontato lo stato dell’arte del biologico nel 2021 e nei primi sei mesi del 2022, confermando alcune tendenze in atto in questi dieci anni, ma registrando anche una flessione dei consumi interni, sia nel 2021 sia nel 2022.

Dal lato delle superfici coltivate e degli operatori biologici la crescita continua, con un incremento del 3%, per cui l’Italia arriva al 17,4% di ettari, diventando uno dei Paesi leader a livello europeo, anche se il traguardo del 25% indicato per il 2030 nella strategia “Farm to fork” della Commissione europea è ancora lontano. Per quanto riguarda i consumi interni, al contrario, la crisi economica si fa sentire: nel 2021 si registra una flessione del 4,6% rispetto all’anno precedente e i primi sei mesi del 2022 confermano questo andamento con un calo dell’1,1%. All’interno di queste percentuali ci sono, però, vincitori e vinti.

La flessione maggiore la registrano infatti i negozi specializzati (-8%) mentre la Grande distribuzione organizzata (ormai definita come Distribuzione moderna, Dm, per sancire l’ineluttabilità di questa tipologia distributiva) regge il colpo (+0,4%) e, addirittura, il mondo degli hard discount registra un clamoroso +13,8% rispetto al 2021. Secondo Nomisma, la Dm pesa ormai per il 57% delle vendite (era il 47% nel 2020), mentre negozi specializzati e altre forme di vendita locali scendono al 42% a fronte del 53% del 2020. Insomma, la crisi del potere di acquisto delle famiglie sta velocizzando un cambiamento epocale in un settore nato sulla base di una forte relazione di prossimità tra produzione e consumo. 

Il calo dei consumi di prodotti biologici in Italia nel 2021 rispetto all’anno precedente è stato del 4,6%. Anche i primi sei mesi del 2022 registrano un andamento negativo (-1.1%)

Ma un altro fattore sta avendo un impatto forse ancora maggiore su questa trasformazione: l’aumento dei costi energetici di produzione dovuto alla guerra. La bolletta energetica sta mettendo in crisi soprattutto il mondo della trasformazione artigianale, incapace di far fronte con le proprie risorse economiche a un periodo lungo di contrazione delle vendite e aumento dei costi. Potremmo assistere alla scomparsa di questo tessuto produttivo, fatto di piccole e medie realtà con un forte attaccamento alle produzioni locali, a vantaggio di imprese di maggior dimensioni capaci di assorbire la crisi tramite l’accesso al mondo della finanza. Il fatto che l’export bio sia cresciuto del 16% tra il 2021 e il 2022 è un dato positivo, ma certifica anche la trasformazione che stiamo raccontando. Servirebbe il supporto della politica per non lasciare questi operatori in balìa delle speculazioni di mercato, ed evitare un’ulteriore desertificazione dei nostri territori.

credits ALTRECONOMIA

https://altreconomia.it

Comunicato stampa della Coalizione #cambiamoagricoltura del 29 settembre 2022

Comunicato stampa della Coalizione #cambiamoagricoltura del 29 settembre 2022

Piano strategico nazionale della PAC post 2022

Una nuova occasione persa per una vera transizione ecologica

La nuova versione del documento di programmazione della PAC post 2022 che il MIPAAF invierà alla Commissione UE continua a ignorare la necessità di contrastare i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità.

Ministero e Regioni rimandano al mittente le 40 pagine di osservazioni critiche inviate dalla Commissione UE senza introdurre modifiche sostanziali alla prima versione del PSP, ritenuto non soddisfacente e inadeguato.

Con l’ultima riunione del Tavolo di partenariato si è conclusa la commedia della falsa partecipazione degli attori economici e sociali alla redazione del PSP, 14 Associazioni si dissociano dal documento finale ritenuto deludente e inefficace per una vera transizione ecologica della nostra agricoltura.

14 Associazioni ambientaliste e dei consumatori esprimono il loro dissenso per il documento di programmazione della PAC post 2022 che considerano deludente e inefficace per una vera transizione ecologica della nostra agricoltura. Queste osservazioni critiche riguardano tutti gli aspetti del PSP, sia riguardo al primo che al secondo pilastro. Le Regioni hanno infatti programmato i loro interventi per lo Sviluppo Rurale senza una vera strategia condivisa per la sostenibilità dell’agricoltura.

“Questo Piano strategico nazionale è una vera delusione che completa la pessima riforma della PAC voluta dal Parlamento e dal Consiglio UE, incapace di dare risposte concrete alle gravi crisi ambientali che colpiscono la stessa agricoltura e tutela solo gli interessi economici delle potenti corporazioni agricole”, dichiarano le Associazioni. L’unica novità positiva di questo PSP resta il maggiore investimento nell’agricoltura biologica con la volontà di anticipare al 2027 l’obiettivo del 25% della superficie agricola certificata rispetto all’obiettivo europeo al 2030. Ma, “il maggiore sostegno al biologico non è sufficiente per promuovere la transizione ecologica di tutto il settore primario”, concludono le 14 Associazioni.

Con la riunione di ieri pomeriggio del Tavolo di partenariato si è formalmente concluso l’iter per la redazione della versione finale del Piano Strategico Nazionale della PAC post 2022 (PSP), già in viaggio per Bruxelles per l’approvazione da parte della Commissione UE.

Nella revisione della prima bozza del PSP ha prevalso la difesa dell’impostazione e contenuti del documento di programmazione 2023-2027, nonostante le numerose e puntuali critiche evidenziate dalla Commissione UE nel suo documento di 40 pagine di osservazioni, articolate in 244 paragrafi, con cui veniva motivata una complessiva valutazione negativa del PSP italiano, ritenuto non soddisfacente e inadeguato per contribuire agli obiettivi del Green Deal europeo con una vera transizione ecologica della nostra agricoltura.

La nuova versione del PSP non ha introdotto modifiche migliorative sostanziali, i pochi cambiamenti al testo del 31 dicembre 2021 peggiorano ulteriormente la già scarsa sostenibilità ambientale e sociale del documento italiano di programmazione della PAC, mettendo in pericolo non solo l’ambiente, ma lo stesso futuro dell’agricoltura italiana, sempre meno resiliente e sempre più esposta a shock climatici e geopolitici.

Il PSP è stato redatto secondo il principio prevalente, se non esclusivo, della tutela del reddito delle aziende agricole di grandi dimensioni, perseguendo essenzialmente obiettivi di sostenibilità economica per neutralizzare le poche novità introdotte dalla riforma europea della PAC per la convergenza interna dei pagamenti del primo pilastro e la riforma dei titoli storici. Se da un lato la riforma della PAC avrebbe dovuto finalmente mettere fine al sistema fortemente iniquo dei cosiddetti ‘titoli storici’, concepiti oltre 20 anni fa per dare alle grandi aziende le risorse per adeguarsi agli effetti della trasformazione del mercato agricolo europeo, l’Italia ha pensato bene di cambiare l’abito ma non la sostanza degli aiuti alle grandi imprese, soprattutto zootecniche del Nord Italia, piegandosi a questa esigenza corporativa. Ciò consentirà alla fine di contenere le riduzioni del sostegno comunitario ad un livello ritenuto accettabile dalle Associazioni agricole e dalle Regioni, ma mantenendo un sistema iniquo che premia le aziende in funzione della loro dimensione, senza contrastare la drammatica emorragia di piccole aziende agricole sempre più in difficoltà nelle aree interne e senza affrontare in modo efficace i pesanti impatti del settore zootecnico su ambiente e salute.

L’Italia conferma così l’interpretazione della Politica comune dell’Unione Europea per l’agricoltura essenzialmente come una politica economica basata su sussidi a pioggia, ignorando l’enorme spazio di manovra con cui il settore primario potrebbe agire, se opportunamente incentivato, per ridurre il proprio impatto sul clima e sulla perdita della biodiversità. Gli impegni degli eco-schemi, la vera novità della nuova PAC, sono stati infatti individuati non sulla base della loro efficacia ambientale ma essenzialmente sulla facilità della loro adozione da parte degli agricoltori e sulla possibilità di applicarli su tutto il territorio nazionale, senza nessun reale interesse per il raggiungimento di risultati concreti in grado di dare risposte efficaci alle gravi crisi ambientali che in questi mesi hanno manifestato tutti i loro drammatici effetti sulle persone e sulla stessa agricoltura. La scelta degli impegni degli eco-schemi è stata fatta sulla logica della semplificazione anche con l’obiettivo di evitare controlli ritenuti troppo complessi, lasciando ampio spazio alle possibili inadempienze e alle truffe che negli ultimi anni hanno caratterizzato l’applicazione della PAC nel nostro Paese, come ha bene evidenziato un recente rapporto della Corte dei Conti europea.

Roma, 29 settembre 2022

Le 14 Associazioni ambientaliste,e dei consumatori che inviano questo comunicato rappresentano un’ampia alleanza che ha condiviso l’analisi ed i commenti delle oltre 1500 pagine del Piano Strategico Nazionale della PAC post 2022.

Le 14 Associazioni (ACU, Animal Equality AIDA, AIAPP, CIWF Italia Onlus, Greenpeace, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Lipu-BirdLife, Pro Natura, Rete Semi Rurali, Slow Food Italia, Terra! e WWF Italia) condividono la visione di una transizione ecologica dell’agricoltura italiana ed europea, che tuteli tutti gli agricoltori, i cittadini e l’ambiente.