Martin Wolfe

Mag 1, 2020 | Personaggi

Abbiamo affidato a Salvatore Ceccarelli il ricordo di Martin Wolfe, un amico inglese che si è sempre battuto per la diversità.

Il Professore Martin Wolfe è morto serenamente nella sua casa il 10 marzo 2019 all’età di 81 anni. Era stato ricoverato d’urgenza in ospedale dopo che il 28 febbraio gli era stato diagnosticato un tumore al pancreas in fase terminale che non lasciava speranze. Insieme a Martin avevo scritto “The need to use more diversity in cereal cropping requires more descriptive precision” che verrà pubblicato prossimamente su Journal of the Science of Food and Agriculture. Martin si è preoccupato della sottomissione elettronica del manoscritto l’11 febbraio, due settimane prima di essere ricoverato in ospedale.

Martin aveva lavorato come patologo vegetale presso il Plant Breeding Institute a Cambridge dal 1960 al 1988 quando l’Istituto venne chiuso. In seguito, occupò la cattedra di Patologia vegetale allo Swiss Federal Institute of Technology a Zurigo fino al 1997. Fin dal 1994 ha sviluppato Wakelyns Agroforestry in Suffolk, che rappresenta uno dei primi centri di ricerca sull’agroforestry nel Regno Unito ed è anche il centro dove Martin ha svolto un lavoro pioneristico sullo sviluppo di popolazioni di cereali. Dal 1998 ha contribuito allo sviluppo del programma di ricerca dell’Organic Research Centre prima di diventarne il principale consulente scientifico continuando a partecipare ad alcuni progetti. Nel 2017 è diventato professore di Miglioramento genetico per l’agricoltura sostenibile e resiliente all’Università di Coventry.

Martin ha dedicato gran parte della sua carriera scientifica allo studio e promozione dell’agrobiodiversità. Già a metà degli anni 80 Martin Wolfe era una voce molto critica sull’approccio usato nel miglioramento genetico per la resistenza alle malattie basato sull’uso di singoli geni per la resistenza. Di fronte all’obiezione che il problema poteva essere superato combinando diversi geni per la resistenza in una singola pianta rispondeva “state creando le condizioni ideali per un disastro perché il patogeno si adatterà molto rapidamente alla resistenza combinata dell’ospite”.

Martin Wolfe fu tra i primi ad esplorare il vantaggio dei miscugli nell’allora Europa dell’Est usando miscugli di orzo da birra che si diffusero rapidamente in Polonia su oltre 10.000 ettari e particolarmente nella Germania dell’Est dove vennero introdotti nel 1984. Il successo fu dovuto al fatto che i miscugli erano stati formulati in modo specifico per la resistenza all’oidio e per la loro qualità maltaria. Alla fine degli anni 80 i miscugli coprivano pressoché tutta la superfice coltivata ad orzo primaverile da birra (oltre 300.000 ettari) con una riduzione dell’incidenza della malattia dal 50% al 10% mentre l’uso dei fungicidi si era ridotto ad un solo trattamento su oltre 100.000 ettari. Non vi fu una diminuzione della produzione mentre la qualità del malto era considerata soddisfacente.

Con l’unificazione delle due Germania, il progetto fu abbandonato per la preferenza delle malterie dell’Europa dell’Ovest per il malto ottenuto da singole varietà anche se trattate con fungicidi! Anche se quel progetto fu abbandonato, la visione del Professore Martin Wolfe è più viva che mai in un periodo in cui, come mai prima, l’idea di tornare a coltivare diversità è ritornata prepotentemente alla ribalta.

Mi piace ricordarlo così insieme a voi: in un letto di ospedale, sapendo di avere i giorni contati, intratteneva dottori e infermiere sull’importanza dell’agroforestry.

Notiziaro 23

Pia Pera

Pia Pera

Pace, poesia e passione fra giardini e orti sociali “Il giardino che vorrei” di Pia Pera: il libro perfetto per...

Send this to a friend