I limiti della protezione delle varietà vegetali

Gen 19, 2022 | Collaborazioni redazionali

L’istituzione Upov non riconosce il lavoro degli agricoltori e condiziona gli accordi commerciali. Una campagna chiede all’Ue di smettere di promuoverla

di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 244 – Gennaio 2022

Il 2 dicembre 2021 è stato un compleanno un po’ speciale: 60 anni fa è stata fondata Upov (Unione internazionale per la protezione delle nuove varietà vegetali), sigla quasi sconosciuta che identifica l’istituzione che regola i diritti di proprietà sulle nuove varietà. Si tratta del primo accordo tra Stati che ha introdotto il concetto di proprietà nel mondo delle piante agrarie, prendendo come modello quello che stava succedendo nei Paesi industrializzati.

Come abbiamo più volte ricordato nella nostra rubrica, questo tipo di proprietà intellettuale, definito “privativa vegetale” e meno monopolistico del brevetto industriale, si caratterizza per consentire il libero accesso alle piante protette ai fini di ricerca e per permettere agli agricoltori di usare il seme prodotto dal raccolto dell’anno prima. Nel tempo l’accordo è stato modificato limitando sempre di più il cosiddetto “privilegio” dell’agricoltore e ampliando, al contrario, i diritti dei cosiddetti “costitutori” e delle ditte sementiere. L’ultima versione del 1991 (Upov 91) rende addirittura facoltativo riconoscere il diritto alla risemina degli agricoltori. 

L’Unione europea promuove Upov a livello mondiale, inserendolo come clausola obbligatoria in molti degli accordi commerciali con i Paesi non industrializzati. La filosofia è chiara: lo sviluppo può esserci solo in quei Paesi che hanno un adeguato sistema di tutela della proprietà intellettuale, prerequisito per avere poi l’ingresso di capitali e società in grado di favorire lo sviluppo. Peccato che non ci sia uno straccio di prova a supporto di questa tesi e che, al contrario, in altri settori economici i Paesi meno avanzati si sono sempre sviluppati copiando quelli più avanzati senza riconoscere a questi ultimi i brevetti sulle loro invenzioni.

Ma la promozione di questo modello unico comporta ulteriori problemi: Upov, infatti, è diventato lo standard per definire che cos’è una varietà che dal 1961 individua un insieme di piante uniformi, distinte e stabili. La diversità presente nelle varietà locali viene così bandita dall’agricoltura. Inoltre Upov promuove solo un tipo di innovazione basato sulla proprietà individuale non riconoscendo il lavoro informale attuato nel tempo dagli agricoltori o l’innovazione partecipata che si sta sviluppando in questi anni coinvolgendo ricercatori, cittadini e agricoltori per sviluppare popolazioni o materiale eterogeneo. 

Sono 75 gli Stati che fanno parte di Upov al febbraio 2021 cui si aggiungono l’Unione europea e l’African intellectual property organization (Oapi).

Per riflettere sui rischi di avere Upov come standard a livello mondiale, la società civile ha indetto nel dicembre 2021 una settimana di mobilitazione internazionale sul tema. In Europa l’associazione Aprebes (Association for plant breeding for the benefit of society) ha lanciato una campagna per chiedere all’Unione europea di smettere di promuovere Upov e i brevetti all’interno degli accordi commerciali, spiegando in un recente rapporto l’impatto che tali politiche stanno avendo sui sistemi sementieri locali. Infatti una cosa è rendere illegale e non sostenere le varietà locali e i relativi sistemi sementieri nei Paesi ricchi dominati dal modello industriale a livello sementiero e distributivo, un’altra è farlo dove ancora tra il 50 e il 90% della semente viene circolata e prodotta dai sistemi cosiddetti informali. Si tratta di politiche ancora di stampo colonialistico che proiettano su questi Paesi il nostro modello e percorso di sviluppo non lasciando loro margini di creatività. Quella creatività che, è utile ricordarlo, ci potrebbe essere utile anche per correggere le nostre derive e i nostri errori.

credits ALTRECONOMIA

https://altreconomia.it

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