Questo numero del notiziario ci conduce in un viaggio attraverso i colori, le forme e i sapori. Abbiamo avuto modo di affrontare più volte il tema delle popolazioni di frumento che impegna sempre più numerosi attori: le filiere si vanno costituendo o consolidando ad ogni latitudine. Oggi sono 13 le popolazioni di frumento registrate in Italia e una di orzo. Ma non è che l’inizio. Tutto lascia presupporre che i numerosi processi di adattamento in corso ne vedranno apparire molte di più nei prossimi anni anche grazie alle importanti novità introdotte dal Regolamento Europeo sul Biologico la cui entrata in vigore è slittata al 2022: è il riconoscimento del valore della diversità nel favorire coltivazioni a basso impatto ambientale e ad alto valore nutrizionale.
Sperimentato il lavoro sul frumento e verificatone il successo, ci è parso naturale andare a testare un analogo processo di diversificazione su altre specie. Rete Semi Rurali, anche grazie a protocolli di intesa sottoscritti con alcuni Centri di Ricerca, sta lavorando alacremente su pomodoro, girasole, mais, riso e avena. Altre iniziative sono in corso su fagioli, zucchine e segale, spesso per iniziative locali da parte dei Soci e dei loro sodali.
Cosa ha di speciale questa attività? Si svolge quasi esclusivamente nelle aziende agricole permettendo, se tutto procede nel giusto verso, una rapida ricaduta sulla qualità del lavoro e delle relazioni degli agricoltori. Certo non è tutto regalato, è necessario l’impegno ad acquisire competenze di vario tipo:
agricole: soprattutto nella rinnovata capacità di osservazione e di conseguente adattamento delle pratiche di campo ma anche della organizzazione della selezione, sanificazione e conservazione delle sementi;
organizzative: soprattutto nello stoccaggio e nella trasformazione del raccolto (specialmente per le specie agrarie);
relazionali: soprattutto nell’acquisizione di nuove forme di collaborazione fra i vari soggetti protagonisti della filiera ed in particolare con chi sostiene il processo attraverso l’acquisto.
Proprio una diversa visione e competenza nelle abilità relazionali è la chiave di volta che permette a tutto il processo di manifestarsi in forme concretamente innovative, foriere di benessere diffuso e duraturo nel tempo. Con la mancanza di tale attenzione l’innovazione sociale, tecnica e economica costituita dalle popolazioni ricascherebbe in una logica di mera competizione sul mercato, con il rischio di essere rapidamente vanificata dalla legge del più forte tipica di quel contesto. La strada che stanno prendendo i cosiddetti “grani antichi”, sempre più in balia della retorica e delle logiche di profitto del mercato convenzionale, sta a dimostrare che questo rischio è dietro l’angolo anche per le popolazioni. Solo coloro che nel tempo avranno costruito e mantenuto relazioni costruttive con la comunità di riferimento riusciranno a ridurre gli effetti della competizione e ad investire nella crescita del benessere della collettività.
Gli accadimenti di questi ultimi mesi sempre più ci confermano nella scelta compiuta in questo percorso. Se è vero che niente deve più essere come prima, che è necessario evitare di riprodurre le cause della crisi ambientale e delle sue conseguenze epidemiologiche, una agricoltura sempre più attenta alla riduzione degli sprechi energetici e del degrado del territorio, costruttrice di comunità che sappiano vivere la globalità con competenza organizzativa nella costruzione di economie locali responsabili e rispettose dei bisogni e dei diritti delle comunità vicine e lontane è l’unica possibile.
Formazione in campo sui cereali con la Rete dei produttori del Biodistretto Val Camonica, Edolo (BS), 20 luglio 2020 foto C. Benaglio/RSR
“Antico”, “vecchio”, “da custodire”: la museificazione del mondo agricolo ricco di diversità ne promuove la scomparsa. Va contrastata trovando le parole giuste.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 225 – Aprile 2020
Grani antichi sugli scaffali dei supermercati, varietà vecchie o tradizionali e varietà da conservazione ricercate dagli agricoltori; misure per la conservazione delle specie vegetali a rischio di erosione genetica o per razze animali minacciate di estinzione attuate dalle regioni, nei piani di sviluppo rurale (PSR); anagrafe delle risorse genetiche a rischio di erosione e agricoltori custodi nella Rete Nazionale istituiti dalla legge 194/2015 sulla tutela della diversità agricola: sono solo alcuni degli esempi che raccontano come il mondo della biodiversità sembri ostaggio del passato. Antico, vecchio, conservazione, estinzione, agricoltore custode sono le parole che ricorrono più spesso quando ci si riferisce all’agrobiodiversità come se tutto ciò non avesse rilevanza per il futuro dell’agricoltura.
Anche le politiche pubbliche favoriscono una museificazione della diversità che, nel tentativo di congelare un passato mitizzato, non fa altro che sancirne la definitiva scomparsa. Quel mondo agricolo ricco di diversità che ha caratterizzato la nostra agricoltura fino alla modernizzazione del secolo scorso, infatti, finisce per essere funzionale solo a una nicchia di mercato, facendo breccia nei consumatori in grado di spendere un po’ di più. O alla peggio diventare uno zoo ad hoc, come dimostra l’esperienza del parco del cibo FICO a Bologna. Senza cambiare di una virgola il resto del sistema produttivo: l’agricoltura industriale uniforme continua la sua strada incurante del deserto che si lascia dietro, vista come unica traiettoria di progresso scientifico possibile. Basta leggere la recente campagna in favore delle Nuove tecnologie di miglioramento genetico (NBT), presentate come la panacea di tutti i problemi dell’agricoltura, per capire quanto sia forte la retorica della contrapposizione tra antico/passato e moderno/progresso, dove chi coltiva diversità finisce schiacciato nel primo binomio. Per superare questo dualismo e diversificare l’agricoltura è necessario un salto culturale e linguistico.
160 milioni di euro previsti dalle Regioni per le misure di conservazione delle risorse genetiche in agricoltura nei PSR 2014-2020
Parlare solo di conservazione depotenzia la forza innovativa che la diversità agricola potrebbe esprimere nel cambiare dal profondo il sistema. Continuare a usare l’aggettivo “antico” su questi prodotti non racconta al consumatore l’importanza della scelta varietale e il motivo del ricorso a qualcosa che non è moderno. Non dice, ad esempio, che a partire dall’antico si sta costruendo una nuova modernità nelle campagne, lanciando la sfida a tutto il nostro sistema agroalimentare a partire dalle sementi. Parla alla pancia del consumatore piuttosto che alla sua testa.
Per questi motivi si sta facendo strada un altro paradigma che guarda alla diversità agricola in un’ottica dinamica, con una forte componente sociale, non fissandola nel tempo e nello spazio. Si tratta della gestione collettiva o comunitaria della diversità, studiata e raccontata, tra gli altri, dal progetto di ricerca europeo DIVERSIFOOD (diversifood.eu). Questo approccio può includere varie modalità di gestione della diversità: case delle sementi comunitarie, progetti partecipativi di miglioramento genetico, aziende e cooperative di sementi locali, fiere ed eventi di scambio. Diversità si sposa con innovazione per delineare finalmente un’altra traiettoria di progresso. Siamo partiti dalle varietà antiche o vecchie, quelle moderne e migliorate sono già ostaggio dell’agricoltura convenzionale, come chiameremo allora le nuove varietà diversificate? Mai come ora per costruire nuovi mondi abbiamo bisogno delle parole giuste.
Per capire chi controlla il nostro cibo bisogna partire dai fatturati degli attori delle filiere: svelano i rapporti di forza dal seme al piatto.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 224 – Marzo 2020
“Libero mercato” è un concetto che troppo spesso viene venduto come l’essenza delle nostre società capitalistiche, un dogma ripetuto così tanto che, involontariamente, finiamo per crederci anche noi. In realtà l’agricoltura, e in particolare il settore sementiero, è un terreno di battaglia tra le grandi imprese che negli ultimi anni ha visto tanti consolidamenti e acquisizioni da diventare un oligopolio sempre più concentrato nelle mani di pochi. Il rapporto “Blocking the chain”, prodotto dalla Ong canadese ETC group nel 2018, ci racconta che le prime cinque ditte sementiere a livello mondiale detengono il 70,4% del mercato, ripartito tra BayerMonsanto (Germania, 33%), ChemChinaSyngenta (Cina, 7,4%), Limagrain (Francia, 4,8%), Corteva Agriscience (USA, 21,3%) e KWS (Germania, 3,9%). Questi dati trovano conferma anche nel settore dei prodotti chimici dove le prime cinque controllano il 74,7% del mercato, dominato da ChemChina (23,5%) e Bayer (22,9%), seguite a distanza da BASF (Germania, 12,4%), Corteva (11,3%) e FMC (USA).
70,4% la percentuale di mercato detenuta dalle prime cinque ditte sementiere a livello mondiale nel 2018. Sono la BayerMonsanto, ChemChinaSyngenta, Limagrain, Corteva Agriscience e KWS
(Fonte: Etc group)
In pratica gli agricoltori si trovano a valle della produzione un sistema quasi monopolistico che riduce le opzioni disponibili per loro sul mercato. Infatti a questi conglomerati multinazionali conviene produrre poche varietà da vendere in tutto il mondo, ammortizzando così i costi di ricerca e sviluppo. Questa operazione avrebbe un limite fisico dovuto alla diversità degli ambienti in cui le varietà andrebbero poi coltivate, ma il problema si risolve rendendo omogenei tutti gli ambienti di coltivazione grazie all’uso dei prodotti chimici. Il pacchetto tecnologico (semi più chimica) è così pronto per diffondersi a livello planetario, uniformando tutti i sistemi agricoli a un minimo comune denominatore: l’agricoltura monocolturale ad alta intensità di capitale e bassi livelli di manodopera.
Se poi ci spostiamo lungo la filiera per arrivare verso i consumatori scopriamo che il commercio delle principali materie prime agricole vede le prime quattro multinazionali controllare il 75% del mercato globale, le prime dieci il 28% nel caso dell’industria di trasformazione per finire alla grande distribuzione dove le prime dieci detengono il 10,5%. Volendo descrivere la filiera agricola ci dobbiamo immaginare una grande tenaglia con al centro l’agricoltore stritolato a valle e a monte della produzione. Non a caso Jan van Der Ploeg, sociologo rurale olandese, indica come unica strategia di sopravvivenza possibile per gli agricoltori quella di scollegarsi da questi mercati mondiali sia in relazione alla fornitura dei mezzi di produzione sia al mercato dei prodotti. L’obiettivo è rinforzare la loro autonomia e costruire nuove relazioni con gli attori delle filiere locali a partire dai consumatori.
Per capire chi controlla il nostro cibo bisogna partire dai dati del fatturato annuo degli attori delle filiere, svelando i rapporti di forza delle multinazionali nel percorso dal seme al piatto. Il settore sementiero vale 35 miliardi di dollari, l’industria di trasformazione circa 1.400, mentre la vendita al dettaglio (o meglio la grande distribuzione organizzata) circa 7.200 miliardi. È evidente che il potere su noi consumatori è detenuto dall’ultimo anello della filiera che con le sue scelte disegna il paesaggio del nostro sistema agroalimentare. Se a questo punto della lettura vi è venuto un certo senso di asfissia e di nausea non vi preoccupate, è segno che siete ancora sani e che il germe del cambiamento si sta diffondendo nelle nostre società.
Nate come momenti per hobbisti e amatori, oggi le giornate di scambio sono sempre di più partecipate. È in gioco un mercato alternativo.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 223 – Febbraio 2020
Mandillo da groppo (ora Mandillo dei semi), Una Babele dei semi, Semiscambi, Chiamata a raccolta, La Fierucolina dei Semi, Scagnammece’a sementa, Libera semina, SeMiScambi, Casa dei Semi, Giornata della Civiltà Contadina. Sono solo alcuni dei nomi delle giornate di scambio delle sementi sempre più presenti sul territorio nazionale, nate come risposta concreta agli oligopoli asfissianti che caratterizzano il mercato sementiero. Si comincia da novembre a Trento e si finisce a Cremona a settembre, passando da Campania, Liguria, Toscana, Piemonte, Sardegna e Lombardia per citarne solo alcuni. Un calendario che racconta la voglia di costruire socialità intorno ai semi e il crescente valore di questi momenti per un variegato mondo di agricoltori e hobbisti nel cercare varietà non reperibili sul mercato.
Per capire l’importanza delle pratiche di scambio di sementi non si può prescindere dall’analizzare il quadro in cui vivono gli agricoltori. L’ondata di modernizzazione che dal secondo dopo guerra ha plasmato la nostra società agricola ha avuto come primo obiettivo quello di de-qualificare gli agricoltori, rendendoli dipendenti da chi fornisce i mezzi necessari alla produzione e da chi acquista le materie prime per produrre cibo. Tra questi un ruolo principale lo svolgono le sementi, pensate e prodotte per rispondere ottimamente a un modello agricolo industriale: le cosiddette sementi ad alta resa in grado di sfruttare al meglio fertilizzanti, acqua e pesticidi con l’obiettivo di aumentare le rese. Inoltre, negli anni 60-70 entrava in vigore la legislazione sementiera che nelle sue interpretazioni più restrittive equiparava lo scambio gratuito alla vendita, rendendolo illegale.
In questo quadro gli scambi di sementi hanno assunto anche un significato di resistenza, un atto di disobbedienza a un sistema di regole e mercato il cui obiettivo era di relegare gli agricoltori a meri clienti delle ditte sementiere senza nessun ruolo nella ricerca e innovazione varietale, e nella produzione e gestione delle sementi. Se all’inizio il mondo agricolo è rimasto alla finestra lasciando questi momenti ad hobbisti e amatori, oggi sempre di più partecipa per avere accesso a sementi diverse, non industriali che non trovano sul mercato. Gli eventi stessi sono cresciuti in capacità e consapevolezza dei partecipanti, dandosi regole per non essere considerati illegali e pratiche per produrre e scambiare sementi di qualità.
5.000 e oltre le persone che partecipano ogni anno alle giornate delle sementi
Insieme al seme ha cominciato a circolare nuovamente quel sistema di conoscenze essenziale per trasformare gli scambi da eventi per collezionisti retrò (come le mostre mercato delle figurine e dei fumetti) a germi di nuovi sistemi sementieri e quindi di sistemi agricoli alternativi. Grazie all’esperienza maturata in questi anni sono stati individuati cinque punti essenziali che rendono gli scambi di seme compatibili con l’attuale quadro legale e ne aumentano la qualità. Autoproduzione: quanto portato deve essere di propria produzione senza uso di chimica di sintesi. Piccole quantità: le quantità scambiate sono ridotte per stimolare percorsi di autoproduzione del seme in chi lo riceve. Reciprocità: l’atto dello scambio deve essere reciproco, anche se l’oggetto può essere diverso dal seme (ad esempio marze o pasta madre). Pubblico dominio: il materiale scambiato non deve essere protetto da proprietà intellettuale. Informazioni: con il seme deve circolare la conoscenza ad esso associata per poterne favorire la sua coltivazione e uso.
L’impegno dei contadini biologici che sperimentano la coltivazione della diversità. È una rivoluzione, pronta ad arrivare sulle tavole.
di Riccardo Bocci – Tratto da Altreconomia 222 – Gennaio 2020
Popolazioni, miscele, miscugli, materiale eterogeneo. Da qualche anno queste parole stanno facendo breccia tra gli agricoltori biologici e trovano spazio nei loro campi coltivati anche se ancora non sono arrivate all’orecchio, o meglio alla bocca, del grande pubblico. Infatti, a partire dal 2010 in vari Paesi europei il mondo del biologico ha cominciato a lavorare per riportare diversità nei suoi sistemi agricoli e allo stesso tempo mettere in discussione il sistema di regole, costruito negli anni 60 del secolo scorso, che definisce di quali varietà si possono mettere in commercio le sementi e il relativo controllo della qualità. Secondo tali regole una varietà per essere venduta come seme deve essere iscritta al catalogo europeo delle sementi e rispondere a tre requisiti fondamentali: uniformità, stabilità e distinzione. Risulta chiaro che uno degli effetti collaterali di questo sistema è stato di eliminare la diversità dalla nostra agricoltura, relegandola a nicchia quasi illegale perché le interpretazioni più restrittive della normativa consideravano anche lo scambio tra agricoltori una forma di commercio che doveva perciò rispettare le stesse regole. Le varietà locali, adattate nel corso del tempo ai diversi ambienti, tecniche di coltivazione e usi, sono andate scomparendo dal mercato, lasciando il posto alle nuove varietà prodotte dalla ricerca pubblica o privata più performanti per l’agricoltura industriale (in zone pianeggianti con uso di fertilizzanti, pesticidi chimici di sintesi e irrigazione) ma senza quella diversità interna che caratterizzava quelle locali. Per una quarantina d’anni evocare la diversità in agricoltura è stata una specie di bestemmia: il settore era dominato da varietà uniformi, imprenditori agricoli iperspecializzati e aziende monocolturali. Poi, una decina di anni fa, un piccolo spiraglio si è aperto: a partire dalla consapevolezza che l’agricoltura biologica aveva bisogno di altre varietà, che non fossero così uniformi, ma che anzi la diversità poteva ritrovare un suo valore d’uso per la lotta ai patogeni delle piante coltivate, per stabilizzare le rese produttive e anche come strumento per differenziare il prodotto sul mercato. A livello europeo la chiave di volta di questo cambiamento è stato il progetto di ricerca SOLIBAM (solibam.eu) che, tra le altre cose, ha avuto come ricaduta nel 2014 la possibilità di sperimentare, grazie a una deroga alla normativa sementiera rilasciata dalla Commissione europea, la vendita delle popolazioni, cioè di materiale che per definizione non è uniforme e non si propaga uguale a se stesso nel corso delle generazioni.
400 ettari la superficie che sarà seminata nel 2020 in Italia con materiale eterogeneo (sette popolazioni di frumento tenero, sei di frumento duro, una di orzo) nell’ambito del progetto di ricerca SOLIBAM
Da allora l’Italia ha giocato un ruolo di primo piano in questa rivoluzione sia a livello delle pratiche (agricoltori coinvolti e popolazioni sperimentate), sia a livello delle politiche. Finora questa innovazione è limitata ai cereali, ma dal 2021, con l’entrata in vigore del nuovo regolamento sull’agricoltura biologica, sarà possibile commercializzare popolazioni di tutte le specie agrarie. Nelle semine dell’autunno 2019 è stato commercializzato il seme di sette popolazioni di frumento tenero, sei di frumento duro e una di orzo, per un totale di 99 ettari dedicati alla produzione di semente, circa 80 tonnellate vendute, 17 agricoltori che l’hanno riprodotta e circa 150 agricoltori che ne hanno acquistato il seme. Numeri piccoli, ma in crescita costante nel tempo. Queste quantità serviranno a seminare 400 ettari con materiale eterogeneo, destinato a diventare granella da trasformare in farina o semola per le nostre tavole. La diversità sta cominciando a farsi strada nel nostro sistema agroalimentare: i semi del futuro sono già tra di noi.