Biodiversità, paesaggio planetario e giustizia sociale.
di Daniele Vergari

Argenton-sur-Creuse (1943 – oggi) nella valle della Loira, Trasferitosi ad Orano, in Algeria, grazie a un professore di liceo iniziò ad appassionarsi alle scienze naturali e al paesaggio. Diplomatosi come ingegnieur horticole (1967) e poi come paesaggista nel 1969 presso l’Istituto nazionale di orticoltura e paesaggio di Angers, Clément iniziò una vivace attività professionale affiancata dall’insegnamento alla scuola nazionale di Versailles iniziato fin dal 1979.
Parallelamente svolse attività di progettista di giardini con un approccio moderno e aperto dove il giardino è una struttura vivente che il giardiniere
aiuta solo a strutturare. L’evoluzione e i cambiamenti, le erbe che camminano sono il concetto innovativo dell’approccio di Clément che ha dato origine al “giardino in movimento” (1991), singolare e visionario concetto espresso proprio dal paesaggista francese sia nelle sue opere che nel giardino della sua casa costruita a La Vallée in Nuova Aquitania, un remoto angolo della Francia.
Il “giardino in movimento” – come quello realizzato al Parc André-Citroën di Parigi – è un complesso sistema nel quale si assiste a un continuo mutare dell’organizzazione degli spazi per l’introduzione di nuove piante ma anche per la presenza di visitatori che con i loro comportamenti e preferenze per una zona più che un’altra, delineano con il tempo le aree e i percorsi. È l’esperienza stessa di vita del parco che ne determina il futuro in una visione del tutto originale delle funzioni di giardino pubblico. All’idea di movimento l’agronomo francese affiancò presto anche il concetto di mescolanza planetaria delle specie vegetali tradotta in un’altra sua opera, “Il giardino planetario” (1999). Secondo questa visione la mescolanza planetaria può essere il nuovo paradigma in cui le relazioni tra giardino, paesaggio e natura si articolano secondo una nuova configurazione: il pianeta è un giardino “concluso” nel quale la natura ha i suoi cicli e i suoi comportamenti che vengono solo osservati e assecondati dal giardiniere.
Dopo queste due originali interpretazioni, Clément ha dato un contributo importante e impegnato con il concetto di “terzo paesaggio” (2003) rappresentato dall’insieme degli spazi, rurali e urbani, abbandonati dall’uomo alla natura e quindi diventati rifugio di biodiversità e di particolarità botaniche. Una parafrasi forse del Terzo Stato di Sieyès – l’abate rivoluzionario che formulò l’uguaglianza dei cittadini in un celebre libretto del 1789 poco prima dello scoppio della Rivoluzione nel quale si stabiliva l’uguaglianza di tutti i cittadini e forse anche di tutti i paesaggi, operando così un’equità paesaggistica che è anche sociale.
Un modo diverso di interpretare gli spazi ma soprattutto i rapporti fra uomo e ambiente che travalica gli aspetti puramente tecnici per diventare filosofia di vita. Lontano dai formalismi di un’arte dei giardini che, per Clément, è “figlia ideologica del potere”, gli spazi proposti dall’agronomo francese sono liberi di variare, di trovare nuovi equilibri e di cambiare nel tempo secondo dinamiche nelle quali l’uomo (o il giardiniere) si inserisce “in punta dei piedi”.
Una sua frase può facilmente sintetizzare il suo pensiero e il suo agire: «Fare quanto più con, e quanto possibile meno contro le energie in gioco in un luogo determinato». I temi toccati non si fermano a quelli sopra esposti ma già loro sono sufficienti a delineare, più che un personaggio, un pensiero attento verso le forme di vita e di attenzione estrema verso la diversità – sia essa biologica o culturale. La biodiversità, la migrazione, la contaminazione, rappresentati anche dal giardino in movimento, diventano immagini di un modo di vivere che ha valore planetario.


